Quando acquistiamo aglio al supermercato, raramente ci soffermiamo a leggere l’etichetta con attenzione. Dopotutto, si tratta di un prodotto naturale, un bulbo che la terra ci offre così com’è. Eppure, dietro quella confezione apparentemente innocua, si nasconde una questione che riguarda migliaia di consumatori sensibili: la presenza di solfiti, sostanze che possono scatenare reazioni allergiche anche gravi, ma che vengono comunicate in modo tutt’altro che trasparente.
Cosa sono davvero i solfiti e perché finiscono nell’aglio
I solfiti rappresentano una famiglia di composti chimici utilizzati nell’industria alimentare principalmente come conservanti e antimicrobici. Il loro impiego permette di prolungare la shelf-life dei prodotti, mantenere il colore originale e prevenire l’ossidazione. Nell’aglio confezionato, i solfiti vengono spesso applicati durante le fasi di lavorazione post-raccolta: dalla pulizia meccanica allo stoccaggio, fino al confezionamento finale.
Il problema fondamentale risiede nel fatto che questi trattamenti non sono sempre evidenti al consumatore. L’aglio fresco può essere sottoposto a bagni disinfettanti contenenti solfiti, oppure può essere esposto a fumigazioni con anidride solforosa per prevenire la formazione di muffe e germogli durante il trasporto e la conservazione. Queste pratiche, pur essendo legali e regolamentate, lasciano residui sul prodotto finale.
Il labirinto delle diciture in etichetta
La normativa europea, attraverso il Regolamento UE 1169/2011, obbliga i produttori a dichiarare la presenza di allergeni quando la loro concentrazione supera determinate soglie. Tuttavia, le modalità con cui questa informazione viene veicolata al consumatore risultano spesso insufficienti. Le diciture “può contenere tracce di solfiti” oppure “può contenere anidride solforosa e solfiti” compaiono con caratteri minuscoli, talvolta nella parte posteriore della confezione, mescolate ad altre informazioni tecniche.
Questa formulazione generica crea un’ambiguità sostanziale: il prodotto contiene effettivamente solfiti o si tratta soltanto di una possibilità remota legata alla contaminazione crociata durante la lavorazione? Per chi soffre di asma, intolleranze o ipersensibilità ai solfiti, questa distinzione non è affatto irrilevante. Stiamo parlando di sintomi che vanno dal semplice mal di testa fino a manifestazioni respiratorie acute.
Le categorie di consumatori maggiormente a rischio
Non tutti reagiscono allo stesso modo all’esposizione ai solfiti. Esistono categorie particolarmente vulnerabili che dovrebbero prestare attenzione supplementare:
- Persone asmatiche, per le quali i solfiti possono fungere da trigger scatenante crisi respiratorie
- Individui con deficit enzimatico della solfito ossidasi, condizione genetica che impedisce il corretto metabolismo di queste sostanze
- Soggetti con sensibilità chimica multipla o storia di reazioni avverse agli additivi alimentari
- Bambini piccoli, il cui sistema immunitario è ancora in fase di sviluppo
Come orientarsi nella scelta dell’aglio più sicuro
Fortunatamente, esistono strategie concrete che ogni consumatore può adottare per ridurre l’esposizione ai solfiti nascosti. La prima regola consiste nel privilegiare l’aglio sfuso proveniente da produzione locale e biologica certificata, dove i trattamenti post-raccolta sono severamente limitati o del tutto assenti. La certificazione biologica, infatti, vieta l’utilizzo di solfiti come conservanti.

Un altro accorgimento riguarda la stagionalità: l’aglio fresco di stagione, acquistato direttamente dal produttore o nei mercati contadini, ha subito meno manipolazioni e viaggi rispetto a quello importato da paesi lontani. Durante i mesi estivi e autunnali, quando avviene la raccolta nelle nostre regioni, la disponibilità di aglio “pulito” aumenta considerevolmente.
Leggere oltre le apparenze della confezione
Quando l’acquisto di aglio confezionato diventa inevitabile, occorre sviluppare un occhio critico verso le etichette. Oltre alla dicitura sui solfiti, bisognerebbe verificare l’origine del prodotto, il tipo di confezionamento e la presenza di certificazioni di qualità riconosciute. Un aglio che presenta radici ancora attaccate e tunica esterna integra ha generalmente subito meno trattamenti industriali.
Vale inoltre la pena interpellare direttamente il personale del reparto ortofrutta: domande specifiche sui fornitori e sui metodi di conservazione utilizzati possono rivelare informazioni preziose che le etichette omettono. Un supermercato attento alla trasparenza non avrà difficoltà a fornire queste informazioni.
L’importanza di segnalare le lacune informative
Ogni consumatore ha il diritto di conoscere esattamente cosa acquista e quali sostanze potenzialmente allergizzanti contiene il prodotto. Quando le informazioni risultano insufficienti, vaghe o poco accessibili, è importante attivare i canali di tutela previsti dalla legge. Le associazioni dei consumatori raccolgono segnalazioni su etichettature inadeguate e possono avviare azioni di sensibilizzazione verso le autorità competenti.
Documentare con fotografie le confezioni problematiche, conservare gli scontrini e annotare eventuali reazioni avverse rappresenta un contributo concreto per migliorare la sicurezza alimentare collettiva. Solo attraverso una pressione dal basso, esercitata da consumatori informati e consapevoli, l’industria alimentare potrà essere spinta verso standard più elevati di trasparenza e comunicazione.
La questione dell’aglio e dei solfiti ci ricorda che anche i prodotti apparentemente più semplici e naturali meritano la nostra attenzione critica. Dietro ogni alimento esiste una filiera complessa, fatta di scelte produttive che incidono direttamente sulla nostra salute. Informarsi, confrontare, scegliere consapevolmente: questi rimangono gli strumenti più potenti nelle mani di chi vuole tutelare il proprio benessere e quello della propria famiglia.
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